lunedì 16 novembre 2015
Petrolio e Religioni; le vere piaghe della modernità
La nostra vita è caratterizzata da varie forme di dipendenza più o meno severe; le più gravi sono quelle da Petrolio e, in egual misura, da Religione. Gli utilizzatori finali della prima sostanza (perfettamente legalizzata e controllata dallo Stato) , li vediamo quotidianamente , spesso in coda, presso gli spacciatori di strada (ce n’è più d’uno in ogni quartiere) , disposti a pagare qualunque prezzo per la dose necessaria, in preda ad una ansia costante dettata dalla paura di rimanere a secco. Dagli spacciatori di strada, risalendo la catena al contrario se ne scorgono a malapena i distributori all’ingrosso, per poi passare ai grandi produttori, privati e pubblici, cioè quelli che “fanno il prezzo” sulla piazza, controllati e protetti dai vari governi, destra o sinistra non fa differenza. Servizi di intelligence e apparati militari ad alto livello garantiscono la sicurezza delle trattative in sedi internazionali dove si decidono lo sfruttamento delle fonti, la spartizione delle zone, su scala mondiale, di influenza, la sorte di interi paesi possessori della materia prima necessaria per la successiva raffinazione e distribuzione sulle strade e piazze del mondo. Negli stessi luoghi e , spesso con gli stessi protagonisti, la sostanza è merce di scambio o di pagamento con pari quantitativi di armamenti, sistemi bellici, apparati difensivi od offensivi. Le varie “bande” di produttori e spacciatori internazionali decidono guerre, terrorismi sotto varie forme, periodi di tregua, ripresa dei conflitti, strategie ed alleanze sempre in costante mutamento a seconda degli interessi momentanei o delle previsioni di borsa. Come per tutte le sostanze da abuso, anche questa si intreccia bene con il mercato delle armi, più o meno legale. Come per l’oppio , ogni tanto si fa finta di investire per qualche fonte alternativa , si fa finta di sostenere i paesi fornitori della base incentivando “coltivazioni” alternative. Il controllo delle fonti diventa fondamentale; sta succedendo anche per il metano e per l’acqua, che gli spacciatori e le bande criminali internazionali hanno individuato come nuove fonti lucro, spaccio e immensi guadagni. Tutto questo sistema, che funziona perfettamente, è intoccabile e , soprattutto, necessario a garantire i nostri livelli di “consumo”, imprescindibile per il nostro “benessere”; senza l’oro nero non si vivrebbe. Non è questa una grave forma di dipendenza?
L’altra grave forma di dipendenza è quella da Religione o meglio dire Religioni; la “roba” non è una sola ; si differenzia sul mercato sotto varie forme , varia qualità, livelli di raffinazione (raffinatezza) , per palati semplici o più raffinati, più o meno esigenti e/o acculturati. Gli utilizzatori finali delle “sostanza” , perfettamente legalizzata e protetta dai singoli stati in ogni parte del mondo, li vediamo riempire le zone di “spaccio” solitamente in luoghi chiusi e consacrati alla bisogna o piazze stracolme di “consumatori” fidelizzati, in trepidante attesa della dose, in quantità e qualità necessarie al mantenimento del benessere psicofisico. Gli spacciatori , pushers della domenica o del venerdì, a seconda della sostanza spacciata vengono ricercati e idolatrati come esseri superiori , i quali a loro volta soggiacciono alla volontà e al desiderio dei loro Pushers supremi , in genere considerati infallibili ed intoccabili. Questi ultimi, con la complicità dei governi, destra sinistra non importa, cercano di condizionare la vita degli individui consumatori nell’arco di tutta la loro infelice vita, dalla culla alla tomba. In nome e per conto della sostanza spacciata sono capaci di entrare nelle nostre case, nei nostri sistemi educativi, in tutti i gangli vitali dello stato e della vita pubblica, dai tribunali agli ospedali, dalle caserme alle carceri, con una pervasività così capillare e diffusa da far impallidire qualunque altra strategia di marketing. Ma sono anche capaci di scatenare conflitti, sostenere colpi di stato, pianificare e realizzare azioni terroristiche, provocare stragi, mobilitare grandi masse di persone. Gli spacciatori di “sostanze psicotrope”, più o meno acculturati e più o meno degnamente, fanno leva in modo proditorio, su un bisogno ancestrale delle persone di darsi delle risposte; la “sostanza religiosa” consente di darsi quelle risposte altrimenti difficilmente reperibili o introvabili attraverso la propria ragione. Nella maggioranza dei casi la rigidità e la perentorietà dei principi attivi delle sostanze religiose, la instillazione drastica e manichea di ciò che è giusto o meno nelle menti dei consumatori, portano a veri e propri lavaggi del cervello che scaturiscono in condizioni di grave dipendenza dell’adepto-consumatore. Si tratta solo e soltanto di quantità, qualità della sostanza e differenti modalità di consumo; basse dosi, consumi periodici non quotidiani, magari solo fine settimana, lunghi periodi di astinenza, indottrinamento soft e bassi livelli di pubblicità della sostanza, attenuano i fenomeni e garantiscono quel “giusto” livello di passività religiosa necessario al mantenimento del mercato e del potere dei Pushers-Guru ai vari livelli. Al contrario, alte dosi o consumi eccessivi di sostanza religiosa portano al fanatismo e l’adesione a certi dogmi diventa il motivo conduttore di ogni aspetto della vita dell’individuo e il fondamento della propria esistenza, obnubilandone la capacità critica, il pensiero indipendente e la possibilità di decidere attivamente della propria vita. E’ una forma di dipendenza che porta il soggetto religio/dipendente ad un’esaltazione e ad una esasperazione del messaggio e della figura divini, tale da giustificare atteggiamenti aggressivi tanto verso se stesso quanto verso gli altri: in questo modo, un atteggiamento che in prima istanza si caratterizza per la sua passività diventa una forma di abuso verso gli altri, perché non si riconoscono nella stessa credenza, e quindi deviano da quell’unica e giusta via. Chi ha sviluppato una simile dipendenza da sostanza religiosa non è più in grado di assumere un atteggiamento critico nei confronti di essa, dunque non ne mette in dubbio l’autorità e i contenuti e si attiene strettamente alle regole ed agli insegnamenti impartiti dalla sostanza-divinità o dai suoi sacerdoti-spacciatori. C’è una sorta di rinuncia della propria autonomia di pensiero e di delega alla sostanza religiosa e ai suoi distributori autorizzati delle decisioni e delle scelte. Cosa questa che evidentemente solleva dalle responsabilità e dalla fatica che ogni decisione, scelta o confronto con la realtà impone a ciascuno attivandone profondi e complessi meccanismi di elaborazione. L’adesione al consumo costante di sostanze religiose garantisce un alleggerimento da questo processo al costoso prezzo della propria libertà e autonomia. In qualche modo il funzionamento della sostanza riattiva il rapporto arcaico con un genitore onnipotente che decide per sé e ha tutte le risposte risultando fortemente rassicurante. Una riattivazione arcaica che infantilizza il soggetto e lo proietta a modalità di funzionamento primitive incentrate sulla dipendenza e sulla propria impotenza. L’ottenimento della felicità ultraterrena dipende dalla perfetta adesione al volere divino così da aggiudicarsi il meritato premio: la felicità la redenzione ecc. Il raggiungimento della perfezione nelle azioni, la perfetta percorrenza dell’unica via di “salvezza” diventa la sola ragione della vita dell’individuo, ma questa ricerca di perfezione è tanto illusoria quanto impossibile e l’impossibilità genera frustrazione e paura: la persona cade così in un circolo vizioso al quale consegue un attaccamento ancora più accanito ed esasperato alla sostanza consumata e ai suoi rituali, che costituiscono lo strumento che le permette di controllare la paura di sbagliare e il relativo sentimento di vergogna e di disistima. Non è forse questa una grave forma di dipendenza?
mercoledì 11 novembre 2015
IL GOVERNO, IL PARLAMENTO SONO DAVVERO LO SPECCHIO DEL PAESE?
Un pò di storia. Nel 1981 in Francia il Presidente Mitterand abolì la pena di morte, nonostante la maggioranza dei francesi (opinione pubblica) fosse contraria. I crimini non aumentarono per effetto del provvedimento, la società si adattò velocemente e la Francia tutta fece un passo avanti nella civiltà e nella democrazia. Tutto ciò a dimostrazione che un governo, un presidente, una coalizione illuminati e democratici possono ( e in certi momenti lo devono) fare scelte che apparentemente vanno contro l'opinione pubblica corrente. Esempi di oggi? Le unioni civili, le adozioni per le coppie omosessuali, l'educazione sessuale curricolare nelle scuole, l'abolizione dell'8 per mille, il reddito sociale o di cittadinanza, i prelievi fiscali alle pensioni e ai redditi più alti e via così. Voglio dire che il tasso di democrazia di un governo non si misura dalla sua capacità di accodamento al "sentire comune" tipica del populismo peronista, ma alla sua capacità di percepire i mutamenti utili e necessari per il progredire democratico, cogliendone le caratteristiche pedagogiche ed educative, e di prevederne le ricadute positive nel medio e lungo termine. Un discorso troppo complicato per il turborenzismo, ma anche per larga parte della "sinistra" nuova o vecchia che sia.....?
mercoledì 4 novembre 2015
Mondonuovo: M.C.P. Mafia,Chiesa,Politica. La formula vincente ...
Mondonuovo: M.C.P. Mafia,Chiesa,Politica. La formula vincente ...: M.C.P. Mafia,Chiesa,Politica. La formula vincente per un paese sempre uguale a se stesso. Le notizie che provengono dal Vaticano si interse...
M.C.P. Mafia,Chiesa,Politica. La formula vincente per un paese sempre uguale a se stesso.
Le notizie che provengono dal Vaticano si intersecano con l'apertura del processo di Mafia Capitale e con il super commissariamento del Comune di Roma. Quindi in soldoni; CHIESA, POLITICA CORROTTA, CRIMINALITA' ORGANIZZATA; una triade inscindibile che marchia a fuoco il nostro paese dal 1948 ad oggi. Perchè il 1948? Perchè quegli stessi, identici ingredienti in quell'anno che vide l'ascesa della Democrazia Cristiana al potere, si sono sublimati nella composizione socio-chimica costitutiva del genoma politico immutabile del nostro sistema. Mutatis mutandi, oggi, nel senso proprio di oggi, li ritroviamo squadernati di fronte a noi. Tutto ritorna e tutto è legato da un lungo e spesso filo nero. A riprova della continuità basterebbe citare un solo nome; Giulio Andreotti; dal 1945 al 2013 (anno della scomparsa) . Questo figuro è sempre stato presente nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. Sette volte presidente del Consiglio tra cui il governo di "solidarietà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977), otto volte Ministro della difesa, cinque volte Ministro degli affari esteri, tre volte ministro delle partecipazioni statali, due volte Ministro delle finanze, Ministro del bilancio e della programmazione economica e Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato, una volta Ministro del tesoro, Ministro dell'interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentacinque anni), Ministro per i beni culturali e ambientali (ad interim) e Ministro delle politiche comunitarie. Vogliamo continuare? Non serve. Ma serve molto citare un ultimo dato; Andreotti era il titolare/gestore di un conto corrente presso lo IOR (la banca vaticana ) Su questo conto agli inizi degli anni 90′ transitarono 60 milioni di euro di oggi.E proprio l’intensa movimentazione determinò i tentativi di depistaggio dei magistrati di Mani pulite da parte della maxitangente Enimont,mazzetta simbolo di Tangentopoli ,era transitata proprio su “Fondazione Spellman”,ovvero il conto attribuibile a Andreotti coperto nei carteggi della Santa Sede dall’emblematico nome in codice Omissis”. (fonte VATICANO SPA Gianluigi Nuzzi). E la non soluzione di continuità della miscela chimico-politica è garantita dal fatto che dal governo di unità nazionale in poi, la sinistra istituzionale (PCI in primis) si è andato via via sempre di più democristianizzandosi trascinando nella melma clerico-affaristico-partitica tutti i governi nazionali, regionali, comunali del nostro paese dal dopoguerra ad oggi, fino ad arrivare all'amministrazione comunale di Marino di cui si può dire tutto e di più a livello di opinione, ma uno dei pochi fatti incontrovertibili ed inoppugnabili è la sua devozione al soglio vaticano e la sua predisposizione al bacio della pantofola, epigone tragicomico di una lunghissima schiera di predecessori, più o meno blasonati, più o meno accreditati dalla sinistra ufficiale.Quindi nihil novi sub sole.
venerdì 23 ottobre 2015
VOGLIO VIVERE ALLA GRANDE!
Sabato 17 Ottobre a Bagnone, grazie ad alcuni sindaci/che della Lunigiana, a Marina Babboni (instancabile funzionaria-sponsor delle culture “altre”) e Angelo Possemato (ex assessore alla cultura del Comune di Carrara negli anni dell’Ulivo) , abbiamo avuto il piacere di assistere ad uno spettacolo a dir poco meraviglioso. Nel raccolto e prezioso teatro Quartieri di Bagnone è andata in scena la Compagnia Instabile; pazienti psichiatrici e operatori, uniti dalla passione per il teatro hanno dato a vita allo spettacolo “Voglio vivere alla grande” , un racconto in forma recitata e cantata della loro storia e delle loro rappresentazioni, dando vita ad una sorta di meta-scena – linguaggio che ha offerto non solo divertimento e ottimo teatro, ma anche importanti spunti per riflessioni ulteriori.
E, da operatore della Sanità, non posso fare a meno di notare come questa splendida compagnia di “guitti” (pazienti ed operatori), costituisca un’esperienza esemplare di integrazione tra servizio pubblico (la Psichiatria dell’ASL di Benevento) , pazienti psichiatrici afferenti ai servizi , e terzo settore (associazioni di volontariato e cittadini ) ; esemplare anche per noi a Massa Carrara. Ma al contempo ciò suscita amare riflessioni in sede locale. Anche da noi gli operatori della Psichiatria con i pazienti psichiatrici e le associazioni di volontariato diedero vita ad un progetto teatrale che , grazie ad una migliore cura istituzionale e ad una maggiore oculatezza nella sua gestione , avrebbe potuto trasformarsi in una esperienza altrettanto importante e gratificante per tutti; pazienti, operatori e comunità cittadine.
Ma anche nel settore delle dipendenze patologiche, in particolare l’alcolismo, gli operatori dei servizi e i pazienti erano riusciti a dare vita ad un’ esperienza di integrazione tra servizio pubblico e associazionismo civile che dava frutti sia sul piano terapeutico che su quello riabilitativo, proprio perché si fondava sul principio dello scambio proficuo tra “saperi” diversi , tra la cultura tecnica degli “esperti “ in riabilitazione (infermieri in particolare) e la cultura esistenziale dei pazienti,che si emancipavano da passivi riceventi cure ad auto-promotri del proprio benessere .
Entrambe le esperienze sono andate perdendosi a causa del prevalere di una cultura “medicalizzante” che ha visto affermarsi progressivamente il punto di vista clinico e farmacologico su quello riabilitativo e psico-sociale, facendo leva sulle fragilità intrinseche ad ogni esperienza che preveda un terreno comune di lavoro tra pazienti ed operatori.
Il prevalere e lo strapotere della ricetta e del farmaco rispetto al potere curativo della parola e della relazione, hanno annichilito queste esperienze che , come momentanei bagliori di luce , hanno illuminato e riscaldato per poco tempo la scena arida e fredda della vita socio sanitaria del nostro territorio. Potevano essere un’occasione di riscatto per i deboli di sempre e di nuovo impegno per una generazione di operatori socio sanitari che non si è mai arresa alla prevaricazione delle camicie di forza, degli elettroshock, e delle bombe farmacologiche.
E ciò è avvenuto nell’indifferenza accondiscendente del mondo politico e istituzionale che ha preferito girare lo sguardo dall’altra parte ( “in fondo sono sempre grane questi pazienti” oppure “lo dico i medici”) affidandosi ed arrendendosi in maniera acritica e passiva alla sola cultura medicalizzante
Questa cultura oggi è forte più che mai , e si incarna perfettamente nei nuovi indirizzi socio sanitari delle nuove ASL che viaggiano per conto loro, sempre più staccate dai territori, dalle loro culture, dalle loro genti. La cultura medicalizzante e tecnicista non andrebbe lasciata libera di agire indisturbata; essa porta alla desertificazione culturale e all’affermazione del farmaco come solo orizzonte terapeutico. In campo socio sanitario la tecnica deve sempre essere accompagnata e per certi versi guidata da un sapere “altro” , come ci hanno insegnato i maestri del settore ; per ricordarne solo un paio , Bruno Benigni ( funzionario della Regione Toscana recentemente scomparso, promotore toscano della Psichiatria Territoriale) e Mario Tommasini (inventore e propugnatore instancabile della cooperazione sociale ).
Nel perseguire il benessere mentale e relazionale, le tecniche e le competenze scientifiche sono nulla senza la cultura politica della trasformazione ed il pensiero alternativo dell’integrazione sociale.
venerdì 3 febbraio 2012
Capitani coraggiosi?
Apprendiamo, sconcertati e indignati allo stesso tempo, dalla lettura delle cronache locali che domenica 29 Gennaio a Vittoria Apuana (Lu) si è svolta la presentazione pubblica del libro “Un capitano coraggioso” a cura dello scrittore Gianni Bianchi. Il libro , così si legge nella presentazione del quotidiano La Nazione di giovedì 26 gennaio us (agenda Massa Cararra, pag 13), intende commemorare l' “eroica” impresa del comandante Mario Giorgini che , insieme ad altri militari italiani, portò all'affondamento di alcune navi inglesi nel porto di Alessandria di Egitto durante la seconda guerra mondiale. Il libro (testuali parole) intende rendere omaggio al fatto che Giorgini volle partecipare personalmente alle missioni degli SLC (Siluro a Lenta Corsa, ndr ) contro la base di Alessandria , nonostante il suo grado e la mancanza di allenamento specifico gli permettesse di rimanere comodamente nel suo ufficio di La Spezia”.....
La notizia presenta il fatto come un gesto “eroico” senza riferimenti storici e soprattutto senza specificare che avvenne in pieno regime fascista; infatti l'attacco avvenne il 19 Dicembre 1941 ad opera delle squadre di assalto della X mas di Valerio Borghese, a capo dell’unità speciale della marina italiana, e il cui nome è legato a numerose “imprese” di stampo fascista, durante e dopo la guerra. Ora , noi scriventi, figli , nipoti , discendenti di Militari Italiani Internati (IMI) nei campi di lavoro e nei lager nazisti rimaniamo allibiti di fronte al fatto che si commemorino , tramite pubblicazioni o pubbliche manifestazioni, le imprese del regime fascista e in particolare di ufficiali italiani che , oltretutto volontariamente, vi presero parte. I nostri padri, zii, parenti erano ufficiali, sottufficiali e soldati dell’Esercito Italiano che, al momento dell’armistizio dell’( settembre 1943), furono presi prigionieri dai tedeschi (fino al giorno prima alleati) e si trovarono di fronte alla scelta tra il collaborazionismo con tedeschi e repubblica di Salò o la deportazione in Germania. In 600 mila rifiutarono la collaborazione e tra questi si distinsero gli ufficiali e i sottufficiali che , consci del loro ruolo di responsabilità sapendo di indicare una strada anche ai loro soldati compirono un alto (questo sì) gesto di lealtà e coerenza. Furono tradotti in Germania; chi nei campi di prigionia e sterminio, chi ai lavori forzati , nelle fabbriche o nei campi (furono chiamati per questo gli schiavi di Hitler). Per molti anni furono dimenticati, poi grazie a documentazioni e a studi portati avanti da storici, politici e ricercatori (ricordiamo tra tutti Giulio Natta) qualche anno fa iniziò la loro rivalutazione storico politica e , non senza difficoltà, la polvere del tempo è stata in parte spazzata via. Ciò che sconcerta e che indigna ancora oggi è che , proprio nei giorni della Memoria dell’Olocausto e dei crimini nazifascisti, vengano esaltate le imprese del regime , che tanti lutti e disgrazie costò al nostro paese.
Per questo oggi , senza tema di smentita, siamo orgogliosi di chiamare eroi questi militari, e non quelli che “orgogliosamente” servirono l’esercito fascista. Rifiutiamo pertanto qualsiasi tentativo di mettere sullo stesso piano oppressori ed oppressi, aguzzini e vittime, complici conniventi ed innocenti, per una sorta di erronea pacificazione storica tendente solo a dimenticare i crimini, e ad annacquare le coscienze.
I parenti dei militari deportati IMI di Carrara Carrara 1/02/12
mercoledì 14 dicembre 2011
Crisi economica, roghi dei campi e stragi di stranieri innocenti; tutto è correlato.
In un momento in cui la crisi del capitalismo mondiale scarica i propri costi sui ceti più deboli della società , la reazione istintiva del “popolo” è quella di scagliarsi violentemente contro i “colpevoli” più a portata di mano. Visto che i ricchi sono sempre più “irraggiungibili”, sia visivamente che fisicamente, l’istinto primario di sopravvivenza e la rabbia primordiale si esprimono e si scaricano sui “colpevoli” più disponibili; gli stranieri che “ci sottraggono alloggi, lavoro, che sporcano, che stuprano “,che con la loro sola presenza ci minacciano direttamente alla porta di casa, nella strada sottocasa. La povertà crescente e la mancanza assoluta di prospettive mischiate al senso di impotenza e alla frustrazione determinano una miscela pronta ad esplodere da un momento all’altro. La congiuntura in Italia si fa ogni giorno più dura , il clima sempre più pesante, la violenza è pronta ad esplodere e, come da sempre insegna la storia, l’obiettivo più facile è lo straniero, il diverso. Aggiungiamo poi la assoluta mancanza di prospettive di alternative credibili da parte della sinistra italiana che, salvo rare eccezioni, si è accodata nella sua grande maggioranza passivamente a questa montante cultura sciovinistica, nazionalpopolare che si traduce nelle accuse quotidiane contro i “cinesi” con la loro presunta concorrenza scorretta, contro i “rumeni” che prestano opera a prezzi più bassi (badanti e muratori) , i “negri” che vendono le borse griffate deprezzando il made in italy.
Persino nelle manifestazioni sindacali di questi giorni contro la manovra del governo dei tecnici, è stato possibile vedere cartelli in difesa del lavoro “italiano “ contro i “cinesi”. La storia si ripete; succedeva nella Germania negli anni 30 contro gli ebrei, commercianti e banchieri, nell’Italia fascista delle corporazioni, negli Stati Uniti della grande depressione, oggi nell’Italia del 2011.
La strage di Firenze di innocenti senegalesi, l’assalto al campo rom di Torino, non sono il prodotto di menti malate di pazzi senza controllo, sono il risultato di anni di campagne razziste e xenofobe alimentate dai media, dai partiti , dalle istituzioni. Ognuno di questi soggetti , che oggi versano lacrime di coccodrillo sui morti ammazzati in strada, è chiamato direttamente in causa. In primo luogo i sindaci sceriffi , di destra o di centro sinistra non fa differenza, che con i loro proclami di sgombero dei campi rom, altisonanti e demagogici, alimentano l’odio razziale. I consiglieri comunali di ogni colore che propongono ordini del giorno sulla cacciata dei venditori ambulanti dalle strade in nome della difesa del “made in Italy”, i presidenti delle corporazioni che pretendono dalle istituzioni sanzioni e regole stringenti verso gli artigiani, le piccole società e le cooperative non italiane che riescono a proporre prezzi concorrenziali, i cittadini comuni , con le circoscrizioni compiacenti, che raccolgono le firme per l’allontanamento degli stranieri dai “loro” quartieri, costituiscono le premesse e il brodo di coltura adatto al manifestarsi delle esplosioni di violenza; Prova ne è la vicenda del campo Rom di Torino; le istituzioni , i mass media e la città “perbene” si mostrano meravigliati e sconvolti dall’episodio, consolandosi con le “scuse” della ragazza che ha mentito sulla vicenda dello “stupro” come se , fosse stata provata la colpevolezza dei rom, sarebbe stato giustificato il rogo purificatore del campo. Gli esecutori materiali del rogo di Torino , ma anche il ragioniere perbene di Firenze che ammazza i senegalesi, rappresentano l’immagine materializzata di un sentimento xenofobo diffuso, condiviso ed alimentato ad arte nei quartieri popolari, dove si svolgono sempre più spesso, come fossero cose normali, fiaccolate, cortei, raccolte di firme, riunioni, assemblee, per cacciare lo straniero , guidate e assecondate da presidenti e da consiglieri di circoscrizioni, comuni, sindaci di destra e qui in Toscana , di centro sinistra, indistintamente. Questo è il clima e questi sono i risultati. A nulla valgono le lacrime e le scuse se , passata l’emozione del momento, il giorno dopo si riprende con le campagne di odio e con il razzismo istituzionale.
sabato 10 dicembre 2011
Meeting di Firenze 9 Dicembre 2011- Le conclusioni di R.Rossanda
Dal sito http://www.sbilanciamoci.info/ , riporto le conclusioni al meetting "Le rotte d'Europa" , sperando con ciò di diffondere il più possibile il dibattito che si è aperto venerdì scorso a Firenze, al Teatro Puccini. La crisi di identità che sta attraversando tutta la sinistra e la ricerca di una via d'uscita ci devono indurre ad un "surplus" di riflessione e di pensiero. Ricominciamo da qui.
L’Europa e noi, tra passato e futuro
Dalle radici dell'idea europea al vizio originario dell'euro, che presenta il conto con la crisi attuale. Cosa può fare la politica? Le conclusioni di Rossanda al forum "La rotta d'Europa", che ha sviluppato alcune prime proposte possibili, contro le tendenze criminali della finanza, l'ineguaglianza crescente, il rigore che si accanisce su chi ha meno
A luglio, quando è precipitata la crisi greca, ho chiesto ad alcuni padri dell’Unione europea se e quale era stato l’errore nell’impianto ormai scricchiolante della Ue. Con Sbilanciamoci e Opendemocracy è iniziata una discussione che si è presto spostata dal “perché” si è arrivati a questo punto al “che cosa fare perché la situazione non si aggravi”. Ad essa hanno portato contributi preziosi molti economisti e sociologi, e sarà pubblicata interamente come ebook. In essa si sono confrontate alcune voci, peraltro interessanti, che hanno proposto l’uscita dall’euro dei paesi in maggiore difficoltà, primo la Grecia, mentre la maggioranza ha ragionato su come mantenere l’euro e la Ue dandole un nuovo indirizzo. Condivido queste ipotesi correttive, esposte da Mario Pianta su sbilanciamoci e sul manifesto del 6 novembre. Ma quali forze politiche le porteranno avanti?
Il nodo sociale dell'Europa
L’Europa è nata male. Una federazione europea, che era stata un ideale antifascista di pochi, sarebbe diventata più forte con la vittoria sul nazismo e sul fascismo: l’orrore del secondo conflitto mondiale avrebbe finalmente indotto il bellicoso continente ad andare a una pace perpetua dotandosi d’una qualche struttura federale. E pareva ovvio che un’avanzata democrazia sociale ne sarebbe stata la natura e il fine.
L’Europa era stata non solo la madre del pensiero politico moderno, che si sarebbe diffuso in Occidente, ma l’unico continente che ne aveva portato a fondo il nodo, lasciato irrisolto dal 1789, fra eguaglianza e libertà, sciogliendolo nella necessità di ravvicinare le condizioni di vita dei cittadini perché potessero effettivamente esercitare i diritti di libertà loro promessi. Era la questione sociale, divenuta dirompente fra il XIX e il XX secolo. Essa aveva prodotto un forte movimento operaio fondato sulla necessità di un modo di produzione diverso dal capitalismo, basato sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi per produrre (terra e capitali); su questo, in seguito ai grandi moti del 1848, si sarebbero delineate a fine secolo le correnti socialiste, la I e la II internazionale e nel 1917 si produceva in Russia la rivoluzione comunista della III internazionale, dando luogo alla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Che il nodo fosse sociale riconosceva anche negli Usa il presidente Roosevelt, reagendo alla crisi del 1929 con un forte intervento pubblico, correttivo, il New Deal. E lo confermava la violenta reazione delle altre potenze europee, sviluppatesi nel liberismo, non solo con il tentativo di bloccare la giovane rivoluzione sovietica ma lasciandosi andare, prima con il fascismo in Italia, poi con il nazismo in Germania, e negli anni Trenta anche in Grecia e in Spagna, a forme estreme di reazione di destra, incontrollate fino alla tesi della sottoumanità delle “razze” ebraica e zingara e al loro sterminio. Ci sarebbe voluta la seconda guerra mondiale perché l’alleanza fra l’Urss e l’occidente democratico, Stati Uniti inclusi, ne avesse ragione, distruggendo il III Reich.
Già qualche anno prima, nel 1938, il liberale John Maynard Keynes rifletteva, similmente a Roosevelt, sulle catastrofi derivanti da un sistema totalmente affidato al mercato, e opponeva sia all’Ottobre sovietico sia alla reazione fascista e nazista un compromesso fra capitale e lavoro che, riconoscendo il conflitto di interessi fra le due parti, si proponeva di stabilire un qualche equilibrio di forze in un rapporto contrattato e garantito dallo stato. E infatti dopo la seconda guerra mondiale fu il keynesismo a dare la sua impronta alle costituzioni o alle politiche di ricostruzione europee, con l’allargamento dei diritti sindacali e un ruolo crescente delle istituzioni di welfare.
Si poteva pensare che la caratteristica di una Europa riunita sarebbe stata una avanzata democrazia sociale. Ma questa ipotesi non godeva delle grazie né degli gli Stati Uniti dopo la morte di Roosevelt, né del campo socialista dell’est, che temeva l’indebolimento dei partiti comunisti, e aveva le sue ragioni di diffidare dalle socialdemocrazie che, in linea di principio, avrebbero dovuto esserne le promotrici. L’aspetto militare assunto dallo scontro fra i due blocchi ha offuscato l’aspro scontro sociale che avveniva nell’Europa occidentale fra i governi e le sinistre del movimento operaio e comunista. I primi abbozzi di un coordinamento europeo, la Comunità del carbone e dell’acciaio e i tentativi militari della Comunità europea di difesa e poi della Ueo, portavano il segno dell’egemonia di destra. Il timore d’una terza guerra mondiale, per di più atomica, divenne centrale nei rapporti est-ovest.
Il '68, e la vendetta
Ma un cortocircuito saldava negli anni Sessanta il movimento americano per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam con la, apparente o reale, “nuova frontiera” dei Kennedy, e al sisma indotto nella chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II si affiancava una ripresa radicalizzata delle lotte operaie. Erano crepe che si aprivano su terreni divisi con lo stesso segno: il 1968, con la eco delle grandi università europee, e l’espandersi per le strade di masse giovanili acculturate e sicure di sé sarebbero state la nuova colata lavica che, simile al 1848, erompeva dal grembo della inquieta Europa.
Nuova, travolgente, e per ora ultima. Le forze conservatrici ne avvertono il pericolo più che le sinistre la intendano e ne colgano le possibilità. A dividerle dal ’68 era la sua natura libertaria; è tanto se, come in Italia, non lo attaccano. Sospetta ai partiti comunisti e ai sindacati, la fiammata del 1968, accesa in tutte le capitali ma prolungatasi nel decennio successivo soltanto in Italia, mette in allarme la conservazione. Negli anni Settanta parte la controffensiva della Trilaterale (1973), si forma la maggioranza ultradestra di Ronald Reagan negli Usa, i Chicago Boys di Milton Friedman imperversano su tutti i paesi dell’America Latina, in Gran Bretagna vince Margaret Thatcher e ne segue il New Labour di Tony Blair. Ed è ormai visibile il disgregarsi prima dell’egemonia poi della stessa Unione Sovietica, sancita dalla caduta del Muro di Berlino e la disfatta ingloriosa dei residui partiti comunisti in Europa. La Cina di Mao ha già cambiato il suo orizzonte e Cuba passa da una crisi all’altra.
L’implosione del campo dell’est nel 1989 mette un brusco arresto a quel che restava – e non era poco – delle conquiste sociali europee che erano andate crescendo negli anni Sessanta. Nell’agonia e morte del comunismo, erano le ipotesi keynesiane il nemico che restava da sconfiggere. Per “lacci e lacciuoli”, dai quali l’ardore dei capitali esigeva di essere sciolto, si intendeva qualsiasi regolamentazione da parte dello stato, mentre la spesa pubblica era denunciata come causa del debito pubblico. Non solo le sinistre storiche, sotto botta per lo scacco dell’Urss, si arrendevano al liberismo, ma gran parte dell’estrema sinistra era sedotta dallo slogan “meno stato, più mercato”. Insomma il vessillo di von Hayek sventolava di nuovo sul nostro continente.
All’inizio degli anni Novanta, questa è la Stimmung dominate dell’Europa che costruisce la sua Unione, rilancia il mercato unico e progetta l’euro. Alla base politica dell’unità europea non restava che una sbiadita identità antifascista con tinte nazionaliste: la povera discussione sulle “radici” europee (greco-romane o franco-germaniche, cristiane o ebraiche) fu la prova del declino di ambizione sulla fisionomia futura del continente.
Nella confusa fine del Novecento e nella persuasione che un’unità continentale sarebbe stata più rapida se si fosse evitato di sbrogliarne i nodi, si procedeva quindi a una unificazione della moneta fra paesi di differente struttura economica e politica, di diversa composizione sociale, legislazione e cultura. Il Patto di stabilità e crescita, che ne stringeva le regole, avrebbe costretto, con l’oggettività delle leggi economiche, a omologare lentamente le strutture e le istituzioni dei singoli paesi, senza forzarli a cedere di colpo le loro sovranità. L’Europa nasceva dunque soltanto come moneta comune, con le conseguenti politiche monetarie consegnate alla leadership della Banca centrale. Che fin dall’inizio ebbe come unico scopo contenere l’inflazione, rinunciando a ogni possibilità di alimentare lo sviluppo. A questo avrebbe provveduto la mano invisibile e la logica del mercato.
L’integrazione europea, nata con i sei paesi della Comunità, si sarebbe progressivamente allargata fino ai 27 dell’Unione attuale, indebolendosi piuttosto che rafforzandosi per le difficoltà dei paesi della periferia. Era rappresentata da un parlamento senza poteri, quelli effettivi appartenendo alla Commissione e quelli ufficiali al Consiglio europeo e a un suo presidente. Non si trattava di una federazione, perché i singoli stati, a cominciare dai fondatori, non erano disposti a trasferire alla Comunità le loro facoltà, salvo quella di battere moneta.
Tale era ed è rimasta l’Unione Europea. La supposizione che la moneta avrebbe trainato di per sé una armonizzazione delle politiche economiche e fiscali non si è verificata. Si auspicava anche che la Ue “parlasse con una sola voce sulla scena internazionale”, ma neanche questo è avvenuto. Ogni stato manteneva le sue prerogative e le sue leggi salvo alcuni pochi punti di principio, di cui si va molto orgogliosi, come l’interdizione della pena di morte. Un qualche coordinamento si dava, specie dopo l’11 settembre, fra le polizie su pressione degli Stati Uniti. È stata installata una Corte di Giustizia alquanto conservatrice. I ministri delle Finanze si incontrano periodicamente nell’Ecofin.
I diversi paesi sono rimasti dunque, in sostanza, allo stato di partenza, ognuno crescendo o calando da solo, con in più la strettoia di una moneta unica che impedisce di aggiustare i conti attraverso le svalutazioni. Crescere è diventato più difficile e a ogni stretta di crisi risorgono velleità nazionaliste, e fin xenofobe, oggi infatti assai diffuse. L’allargamento all’ex blocco dell’est, Russia esclusa, introducendo nazioni di scarsa solidità economica e scombussolate dal capovolgimento di un sistema politico e sociale, ha complicato il quadro, e costretto la Ue a un doppio regime: tutti ne fanno parte, ma alcuni fuori dall’euro, per ragioni opposte, la Gran Bretagna per non rinunciare alla sterlina, l’est europeo per non essere ancora in grado di stare al suo livello. La Germania avrebbe sperimentato sulla sua pelle le difficoltà di rimettere assieme un paese attraverso il quale era passata la frontiera fra est e ovest, riunendo due tessuti economici di forza affatto differente e due generazioni postbelliche formate su direzioni opposte.
Il vizio di nascita
La scelta liberista della Ue di lasciare piena libertà di movimento a capitali, uomini e merci apriva i confini nazionali e continentali a un via vai di esportazioni e investimenti che ha lasciato indebolite le economie europee. Essa interdiceva ai governi e alla Commissione di elaborare una linea di politica economica, ed esponeva così le proprie classi lavoratrici, che avevano conquistato in Europa i migliori salari e normative di lavoro, alla concorrenza dei costi minimi e della mancanza di diritti della manodopera dell’ex blocco dell’Est e dei paesi asiatici. La capacità di trasformare gran parte del lavoro vivo in tecnologia, anziché far risparmiare tempo alla forza di lavoro, ne moltiplicava la produttività e riduceva la dimensione numerica e il potere contrattuale del lavoro.
È evidente nei governi di centrodestra, che sono andati sostituendo i socialisti e i centrosinistra degli anni Novanta, l’intenzione di riavvicinare i salari europei al livello di quelli mondiali. La forza che avevano raggiunto nel dopoguerra i sindacati e i contratti nazionali è sottoposta a un fuoco incessante, e quando alcuni settori, come i metalmeccanici in Italia, resistono, i governi si industriano, in nome della deregulation, a far perdere di forza agli accordi fra le parti, introducendo una molteplicità di contratti diversi, il cui culmine è costituito da un precariato senza contratti. È una frantumazione della forza dei salariati e una riduzione di quella dei sindacati, che peraltro, formatisi nazionalmente, tendono a conservare i modesti margini raggiunti entro i confini nazionali, piuttosto che organizzarsi in una prospettiva continentale. Alla crisi delle sinistre politiche si somma l’assenza di una rappresentanza europea del lavoro. E una poderosa campagna ideologica per la quale il superamento della fabbrica fordista – con la sua direzione nei piani alti e la massa di manodopera che entrava e usciva dai cancelli – è gabellata per “fine dell’operaio” proprio mentre la mondializzazione aumenta un proletariato diffuso e inorganizzato.
Da parte sua la proprietà si unifica o divide attraverso fusioni o cessioni che passano oltre i confini nazionali, rendendo al massimo astratti i rapporti, inaccessibile la fisionomia del “padrone”, spaccando la manodopera e i suoi contratti attraverso le esternalizzazioni, mentre la libertà di movimento dei capitali induce i gruppi esteri più forti a fare incursioni nel know how di ciascun paese, acquistando questa o quella azienda, salvo spostarne le produzioni nei paesi dove il lavoro è a più basso costo.
L’occupazione europea scivola, quella giovanile cade, il potere di acquisto della forza lavoro diminuisce e con esso da domanda e le entrate degli stati. Per cui sale il debito pubblico e una politica di rigore segue all’altra, rendendo sempre più esigui i margini per la crescita. Il crollo del 2008-2009 di tutta Europa ha visto un modesto rialzo nel 2010 e in questa fine di 2011 la produzione rallenta di nuovo ovunque, compreso il paese più forte, la Germania.
Da parte loro, i capitali si spostano sempre di più dall’investimento in produzione a quello sui titoli finanziari, dove i profitti sono maggiori. La pressione delle banche, diventate tutte banche d’affari, e l’invenzione di una molteplicità di derivati – che si inanellano su se stessi fino a non avere a alcuna base su cui poggiare, con la formazione e lo scoppio di una “bolla” dopo l’altra – ha portato la finanza a raggiungere una dimensione molte volte superiore all’intero Pil mondiale. Gli allarmi e i propositi dei G20 non hanno fermato in nessun modo la finanza, neanche nei limiti minimi della abolizione dei paradisi fiscali.
L’esplicitazione del conflitto sociale aveva fatto dell’Europa alla fine degli anni Settanta la regione del mondo meno squilibrata fra ricchi e poveri, il prodotto lordo ripartendosi per quasi tre quarti al lavoro e per un quarto a profitti e rendite. Nel 2000 la quota dei salari era scesa di dieci punti percentuali, al 65%, e da allora non si è ripresa. La crescita del reddito si è concentrata sempre più nelle mani del 10% più ricco e, tra i ricchi, nell’1% dei ricchissimi. Le classi medie si sono impoverite e sono aumentate le aree di povertà assoluta. Cui fanno sempre meno fronte le politiche dello stato, costretto a ridurre il sostegno ai non abbienti e ogni forma di welfare, e imporre una maggiore tassazione dei redditi bassi e medi, nella propensione di classe a non colpire i grandi redditi, travestita da speranza che essi si risolvano a reinvestirli nella produzione.
Questa spirale e l’ostinazione a non colpire né le rendite né le transazioni finanziarie ha condotto la Ue all’attuale caduta della crescita e all’indebitamento crescente degli stati. Se a questo si aggiunge il flusso di migranti, prodotti dalla speranza di trovar in Europa il lavoro che manca in altri continenti, segnatamente in Africa, si intende come i paesi più esposti al loro passaggio, come l’Italia e la Spagna, pratichino misure di impedimento al loro accesso e di espulsione, non di rado su base etnica (i rom) che contrastano con tutti i principi di diritti, umani e politici, di cui la Ue suole vantarsi. Da parte sua, la manodopera europea, colpita aspramente dai suoi governi, non vede con solidarietà i disgraziati che sbarcano sulle sue coste: la guerra tra poveri è dichiarata.
L'asse franco-tedesco
Se liberismo, deregulation e libertà di movimento dei capitali rendevano difficilissima una politica economica degli stati e la interdicevano anche alla Ue, chi diventa la forza egemone dello sviluppo dell’Unione Europea?
La crisi aperta dalla catastrofe americana dei subprimes del 2008 e la crisi greca di oggi lo hanno evidenziato brutalmente. La sfera della decisione politica avendo consegnato da un lato alle priorità monetarie dall’altro al gioco dei mercati la maggior parte dei poteri che deteneva sull’economia, non è stata più in grado né di accompagnare né di correggere sviluppo o declino dei suoi paesi membri. L’accrescersi del debito greco, per gli squilibri crescenti dell’economia e una fiscalità ridicola, mentre l’Europa lasciava le sue banche specularvi a man salva, ha spinto quel paese all’insolvenza. Ma quando questa verità esplode, chi si trova davanti la Grecia? Non il Consiglio europeo né la Commissione, e tanto meno il Parlamento europeo. Si è trovata davanti l’asse franco-tedesco, le cui banche erano le sue più grosse creditrici.
Quale delle istanze europee ha incaricato Francia e Germania di affrontare la crisi greca? Nessuna. Alle spalle di Francia e Germania sono stati una Bce, il cui governatore era sulla via d’uscita per essere sostituito da Mario Draghi, e il Fondo Monetario Internazionale, diretto, dopo le sfrenatezze sessuali di Dominique Strass Kahn, dalla ex ministra francese delle finanze Christine Lagarde. Chi dunque della Ue dava autorità al presidente Sarkozy e alla cancelliera Merkel di decidere sul fallimento di un paese, sulla sua eventuale uscita dall’euro, sulle condizioni per evitare l’una e l’altra catastrofe (neanche prese in considerazione dai tentativi ripetuti di poderosi trattati)?
Il potere delle grandi economie, che avevano prestato alla povera Grecia. Un potere sancito dalle agenzie di rating. Esse hanno stabilito che la Germania, con i suoi surplus, è il solo paese a tre A che può accedere al credito al tasso del 2,5%; la Francia ha le tre A in bilico e deve pagare un tasso del 3%, l’Italia ha solo due A intere e deve pagare circa il 7% mentre la Grecia, sprovvista di buoni voti, deve pagare un tasso dal 24% al 30%, i creditori essendo così poco certi delle sue possibilità di rimborso da praticare interessi che costituiscono già parziale rimborso di capitale. Sono dunque la Germania e la Francia a porsi di fronte alla Grecia, debitrice soprattutto alle loro banche, e sono loro a predisporne il piano di salvataggio: tagli ai salari, tagli alle pensioni, vendita di tutti i beni pubblici possibili, imposte leonine e ventennali controlli. In cambio, il dimezzamento del valore dei titoli greci detenuti dalle banche private.
Quando il premier greco Papandreou, che ne aveva preso atto, ha dichiarato l’intenzione di sottoporre il piano a un referendum popolare, dato l’impegno enorme che esso costituiva per ogni cittadino greco, è venuto giù il mondo. Era un tradimento dell’Europa. Quando mai il popolo greco avrebbe votato il suo strangolamento? Già i cittadini del continente bocciavano di regola gli accordi europei loro sottoposti, e i governi preferivano farli passare dalle più docili maggioranze parlamentari. In breve, Papandreou e il parlamento hanno ritirato la proposta, il governo è caduto, una coalizione di unità nazionale porterà la Grecia a rapide elezioni. Questa è la fotografia esatta della democrazia in Europa. Il prossimo paese che si troverà nella medesima situazione sarà l’Italia.
Quale Europa, quale Italia
A quale Europa si troverà di fronte? La stessa. Se i mercati – cortese astrazione per non dare nome ad assai concrete proprietà – hanno avuto ragione degli stati, va da sé che hanno liquidato il peso degli schieramenti politici. Quale Italia si troverà davanti a questa Europa?
Le residue sinistre radicali sono state escluse dalla rappresentanza grazie a una legge elettorale trappola e ai loro limiti – primo di tutti non aver esaminato i cambiamenti del capitale e del lavoro, cioè le dimensioni della finanza e la frantumazione del lavoro dipendente. Gli eredi democratici dell’ex partito comunista, confusi e pentiti di essere stati tali, sono balzati a piedi uniti sulla linea liberista cui i governi di centrosinistra li avevano consegnati, senza neppur arrestarsi sul fronte keynesiano. I socialisti in Italia non esistono più. Il centro – ammesso che abbia una presenza simbolica – non è che una destra presentabile. La malattia più grave è che il paese s’è affidato, per ben tre volte dal 1994, dunque con cognizione di causa, a quel crescente margine di confusa illegalità e corruzione che è stato il berlusconismo ed è parso a metà degli italiani quasi una disinvolta furberia, giustificata dal fiasco delle sinistre. Silvio Berlusconi e i suoi partiti sono stati questa nuova veste della dominazione democristiana, cui solo la sinistra della medesima s’è rifiutata. E le inclinazioni anticostituzionali del berlusconismo hanno trovato utilmente un alleato nel populismo della Lega, che è antieuropeo perché bassamente “sovranista”. Un fascismo inquieto e in via di qualche conversione non ha avuto la tempra di reggere alla coalizione di Berlusconi.
La pulizia che, sperabilmente, verrà fatta con la partenza di Berlusconi darà spazio a una destra liberista dura, che si intenderà con quella franco-tedesca per una terapia d’urto all’enorme debito pubblico italiano, il più ingente d’Europa. Ci attendono lacrime e sangue, e ce li meritiamo.
A moderarla può essere una riflessione dei primi padri dell’Europa, che stanno esprimendo alcune preoccupazioni per una deriva che trascinerebbe, dopo i paesi della periferia, anche il centro – la ricetta greca non potendosi estendere senza indurre una recessione dalla quale nessuno potrebbe salvarsi. La urgenza di mettere un limite all’espansione e alla dominazione della finanza, attraverso una tassazione consistente delle transazioni, la possibilità della Bce di acquistare sui mercati secondari parte dei debiti pubblici riducendo subito le razzie dei mercati, una riforma fiscale di tutti i paesi del continente e l’emissione di bond per rilanciare una crescita oggi soffocata – nella linea delle nostre proposte – allenterebbe i vincoli che la sfera politica si è imposta e ne permetterebbe un inizio di riarticolazione antiliberista. Le scadenze elettorali imminenti in Francia e i Gemania, il – per ora assai confuso – rimescolamento delle carte in Italia, aprono alcuni spiragli a una modifica che non si limiti a orazioni di duro risanamento dei bilanci, con una risorgenza delle mortificate sinistre.
Dico risorgenza perché oggi come oggi, la sola risorsa politica e morale, cui farebbe bene a collegarsi subito quel che resta di sano nel sistema rappresentativo, sono i movimenti che si estendono su scala mondiale, sfiorando persino il santuario americano di Wall Street, e per l’Italia promotori dei referendum per l’acqua e i beni comuni, ecologisti, contrari al nucleare, per le piccole opere – fra le quali il risanamento idrogeologico del paese – e, sperabilmente, per la cultura. Nel welfare preso a fucilate, scuola e sanità, la protesta non è mai cessata e ha la sua massa critica. Queste aperture delle coscienze e della voglia di battersi dovranno anche fare un salto, moralmente doveroso, verso una solidarietà con i paesi che sono state nostre colonie e che abbiamo lasciato, o forse indotto, alla disperazione della fame, delle malattie e delle guerre tribali.
Il fatto che anche in paesi economicamente meno disastrati siamo oggi a “crescita negativa” – come si usa dire – implica ripensare che significa “crescita”, da dove possono venire occupazione, redditi, tecnologie. La perdita di lavoro e la precarietà sono malattie della società; non solo diminuiscono le entrate pubbliche, elidendo i margini del welfare – educazione, salute, previdenza – ma scompongono ogni tensione di libertà e eguaglianza e solidarietà, i soli valori sicuri che il nostro continente ha prodotto per le sue genti.
La politica vive in questi soggetti e questi temi di fondo. Le proposte che il nostro dibattito sulla “rotta d’Europa” ha sviluppato sono una prima rivolta contro le tendenze, che possiamo senza esagerazione definire criminali, del capitale finanziario, della accumulazione sempre più ineguale, di un rigore verso i poveri che con la austerità non ha niente a che vedere.
È un primo ed elementare cambiamento della rotta attuale europea. Si può osservare che è un programma così ragionevole da ridare il senso perduto alla parola “riformista”. Ma è una svolta in direzione di una convivenza umana meno feroce, cui ci siamo troppo facilmente rassegnati.
Il nodo sociale dell'Europa
L’Europa è nata male. Una federazione europea, che era stata un ideale antifascista di pochi, sarebbe diventata più forte con la vittoria sul nazismo e sul fascismo: l’orrore del secondo conflitto mondiale avrebbe finalmente indotto il bellicoso continente ad andare a una pace perpetua dotandosi d’una qualche struttura federale. E pareva ovvio che un’avanzata democrazia sociale ne sarebbe stata la natura e il fine.
L’Europa era stata non solo la madre del pensiero politico moderno, che si sarebbe diffuso in Occidente, ma l’unico continente che ne aveva portato a fondo il nodo, lasciato irrisolto dal 1789, fra eguaglianza e libertà, sciogliendolo nella necessità di ravvicinare le condizioni di vita dei cittadini perché potessero effettivamente esercitare i diritti di libertà loro promessi. Era la questione sociale, divenuta dirompente fra il XIX e il XX secolo. Essa aveva prodotto un forte movimento operaio fondato sulla necessità di un modo di produzione diverso dal capitalismo, basato sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi per produrre (terra e capitali); su questo, in seguito ai grandi moti del 1848, si sarebbero delineate a fine secolo le correnti socialiste, la I e la II internazionale e nel 1917 si produceva in Russia la rivoluzione comunista della III internazionale, dando luogo alla Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Che il nodo fosse sociale riconosceva anche negli Usa il presidente Roosevelt, reagendo alla crisi del 1929 con un forte intervento pubblico, correttivo, il New Deal. E lo confermava la violenta reazione delle altre potenze europee, sviluppatesi nel liberismo, non solo con il tentativo di bloccare la giovane rivoluzione sovietica ma lasciandosi andare, prima con il fascismo in Italia, poi con il nazismo in Germania, e negli anni Trenta anche in Grecia e in Spagna, a forme estreme di reazione di destra, incontrollate fino alla tesi della sottoumanità delle “razze” ebraica e zingara e al loro sterminio. Ci sarebbe voluta la seconda guerra mondiale perché l’alleanza fra l’Urss e l’occidente democratico, Stati Uniti inclusi, ne avesse ragione, distruggendo il III Reich.
Già qualche anno prima, nel 1938, il liberale John Maynard Keynes rifletteva, similmente a Roosevelt, sulle catastrofi derivanti da un sistema totalmente affidato al mercato, e opponeva sia all’Ottobre sovietico sia alla reazione fascista e nazista un compromesso fra capitale e lavoro che, riconoscendo il conflitto di interessi fra le due parti, si proponeva di stabilire un qualche equilibrio di forze in un rapporto contrattato e garantito dallo stato. E infatti dopo la seconda guerra mondiale fu il keynesismo a dare la sua impronta alle costituzioni o alle politiche di ricostruzione europee, con l’allargamento dei diritti sindacali e un ruolo crescente delle istituzioni di welfare.
Si poteva pensare che la caratteristica di una Europa riunita sarebbe stata una avanzata democrazia sociale. Ma questa ipotesi non godeva delle grazie né degli gli Stati Uniti dopo la morte di Roosevelt, né del campo socialista dell’est, che temeva l’indebolimento dei partiti comunisti, e aveva le sue ragioni di diffidare dalle socialdemocrazie che, in linea di principio, avrebbero dovuto esserne le promotrici. L’aspetto militare assunto dallo scontro fra i due blocchi ha offuscato l’aspro scontro sociale che avveniva nell’Europa occidentale fra i governi e le sinistre del movimento operaio e comunista. I primi abbozzi di un coordinamento europeo, la Comunità del carbone e dell’acciaio e i tentativi militari della Comunità europea di difesa e poi della Ueo, portavano il segno dell’egemonia di destra. Il timore d’una terza guerra mondiale, per di più atomica, divenne centrale nei rapporti est-ovest.
Il '68, e la vendetta
Ma un cortocircuito saldava negli anni Sessanta il movimento americano per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam con la, apparente o reale, “nuova frontiera” dei Kennedy, e al sisma indotto nella chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II si affiancava una ripresa radicalizzata delle lotte operaie. Erano crepe che si aprivano su terreni divisi con lo stesso segno: il 1968, con la eco delle grandi università europee, e l’espandersi per le strade di masse giovanili acculturate e sicure di sé sarebbero state la nuova colata lavica che, simile al 1848, erompeva dal grembo della inquieta Europa.
Nuova, travolgente, e per ora ultima. Le forze conservatrici ne avvertono il pericolo più che le sinistre la intendano e ne colgano le possibilità. A dividerle dal ’68 era la sua natura libertaria; è tanto se, come in Italia, non lo attaccano. Sospetta ai partiti comunisti e ai sindacati, la fiammata del 1968, accesa in tutte le capitali ma prolungatasi nel decennio successivo soltanto in Italia, mette in allarme la conservazione. Negli anni Settanta parte la controffensiva della Trilaterale (1973), si forma la maggioranza ultradestra di Ronald Reagan negli Usa, i Chicago Boys di Milton Friedman imperversano su tutti i paesi dell’America Latina, in Gran Bretagna vince Margaret Thatcher e ne segue il New Labour di Tony Blair. Ed è ormai visibile il disgregarsi prima dell’egemonia poi della stessa Unione Sovietica, sancita dalla caduta del Muro di Berlino e la disfatta ingloriosa dei residui partiti comunisti in Europa. La Cina di Mao ha già cambiato il suo orizzonte e Cuba passa da una crisi all’altra.
L’implosione del campo dell’est nel 1989 mette un brusco arresto a quel che restava – e non era poco – delle conquiste sociali europee che erano andate crescendo negli anni Sessanta. Nell’agonia e morte del comunismo, erano le ipotesi keynesiane il nemico che restava da sconfiggere. Per “lacci e lacciuoli”, dai quali l’ardore dei capitali esigeva di essere sciolto, si intendeva qualsiasi regolamentazione da parte dello stato, mentre la spesa pubblica era denunciata come causa del debito pubblico. Non solo le sinistre storiche, sotto botta per lo scacco dell’Urss, si arrendevano al liberismo, ma gran parte dell’estrema sinistra era sedotta dallo slogan “meno stato, più mercato”. Insomma il vessillo di von Hayek sventolava di nuovo sul nostro continente.
All’inizio degli anni Novanta, questa è la Stimmung dominate dell’Europa che costruisce la sua Unione, rilancia il mercato unico e progetta l’euro. Alla base politica dell’unità europea non restava che una sbiadita identità antifascista con tinte nazionaliste: la povera discussione sulle “radici” europee (greco-romane o franco-germaniche, cristiane o ebraiche) fu la prova del declino di ambizione sulla fisionomia futura del continente.
Nella confusa fine del Novecento e nella persuasione che un’unità continentale sarebbe stata più rapida se si fosse evitato di sbrogliarne i nodi, si procedeva quindi a una unificazione della moneta fra paesi di differente struttura economica e politica, di diversa composizione sociale, legislazione e cultura. Il Patto di stabilità e crescita, che ne stringeva le regole, avrebbe costretto, con l’oggettività delle leggi economiche, a omologare lentamente le strutture e le istituzioni dei singoli paesi, senza forzarli a cedere di colpo le loro sovranità. L’Europa nasceva dunque soltanto come moneta comune, con le conseguenti politiche monetarie consegnate alla leadership della Banca centrale. Che fin dall’inizio ebbe come unico scopo contenere l’inflazione, rinunciando a ogni possibilità di alimentare lo sviluppo. A questo avrebbe provveduto la mano invisibile e la logica del mercato.
L’integrazione europea, nata con i sei paesi della Comunità, si sarebbe progressivamente allargata fino ai 27 dell’Unione attuale, indebolendosi piuttosto che rafforzandosi per le difficoltà dei paesi della periferia. Era rappresentata da un parlamento senza poteri, quelli effettivi appartenendo alla Commissione e quelli ufficiali al Consiglio europeo e a un suo presidente. Non si trattava di una federazione, perché i singoli stati, a cominciare dai fondatori, non erano disposti a trasferire alla Comunità le loro facoltà, salvo quella di battere moneta.
Tale era ed è rimasta l’Unione Europea. La supposizione che la moneta avrebbe trainato di per sé una armonizzazione delle politiche economiche e fiscali non si è verificata. Si auspicava anche che la Ue “parlasse con una sola voce sulla scena internazionale”, ma neanche questo è avvenuto. Ogni stato manteneva le sue prerogative e le sue leggi salvo alcuni pochi punti di principio, di cui si va molto orgogliosi, come l’interdizione della pena di morte. Un qualche coordinamento si dava, specie dopo l’11 settembre, fra le polizie su pressione degli Stati Uniti. È stata installata una Corte di Giustizia alquanto conservatrice. I ministri delle Finanze si incontrano periodicamente nell’Ecofin.
I diversi paesi sono rimasti dunque, in sostanza, allo stato di partenza, ognuno crescendo o calando da solo, con in più la strettoia di una moneta unica che impedisce di aggiustare i conti attraverso le svalutazioni. Crescere è diventato più difficile e a ogni stretta di crisi risorgono velleità nazionaliste, e fin xenofobe, oggi infatti assai diffuse. L’allargamento all’ex blocco dell’est, Russia esclusa, introducendo nazioni di scarsa solidità economica e scombussolate dal capovolgimento di un sistema politico e sociale, ha complicato il quadro, e costretto la Ue a un doppio regime: tutti ne fanno parte, ma alcuni fuori dall’euro, per ragioni opposte, la Gran Bretagna per non rinunciare alla sterlina, l’est europeo per non essere ancora in grado di stare al suo livello. La Germania avrebbe sperimentato sulla sua pelle le difficoltà di rimettere assieme un paese attraverso il quale era passata la frontiera fra est e ovest, riunendo due tessuti economici di forza affatto differente e due generazioni postbelliche formate su direzioni opposte.
Il vizio di nascita
La scelta liberista della Ue di lasciare piena libertà di movimento a capitali, uomini e merci apriva i confini nazionali e continentali a un via vai di esportazioni e investimenti che ha lasciato indebolite le economie europee. Essa interdiceva ai governi e alla Commissione di elaborare una linea di politica economica, ed esponeva così le proprie classi lavoratrici, che avevano conquistato in Europa i migliori salari e normative di lavoro, alla concorrenza dei costi minimi e della mancanza di diritti della manodopera dell’ex blocco dell’Est e dei paesi asiatici. La capacità di trasformare gran parte del lavoro vivo in tecnologia, anziché far risparmiare tempo alla forza di lavoro, ne moltiplicava la produttività e riduceva la dimensione numerica e il potere contrattuale del lavoro.
È evidente nei governi di centrodestra, che sono andati sostituendo i socialisti e i centrosinistra degli anni Novanta, l’intenzione di riavvicinare i salari europei al livello di quelli mondiali. La forza che avevano raggiunto nel dopoguerra i sindacati e i contratti nazionali è sottoposta a un fuoco incessante, e quando alcuni settori, come i metalmeccanici in Italia, resistono, i governi si industriano, in nome della deregulation, a far perdere di forza agli accordi fra le parti, introducendo una molteplicità di contratti diversi, il cui culmine è costituito da un precariato senza contratti. È una frantumazione della forza dei salariati e una riduzione di quella dei sindacati, che peraltro, formatisi nazionalmente, tendono a conservare i modesti margini raggiunti entro i confini nazionali, piuttosto che organizzarsi in una prospettiva continentale. Alla crisi delle sinistre politiche si somma l’assenza di una rappresentanza europea del lavoro. E una poderosa campagna ideologica per la quale il superamento della fabbrica fordista – con la sua direzione nei piani alti e la massa di manodopera che entrava e usciva dai cancelli – è gabellata per “fine dell’operaio” proprio mentre la mondializzazione aumenta un proletariato diffuso e inorganizzato.
Da parte sua la proprietà si unifica o divide attraverso fusioni o cessioni che passano oltre i confini nazionali, rendendo al massimo astratti i rapporti, inaccessibile la fisionomia del “padrone”, spaccando la manodopera e i suoi contratti attraverso le esternalizzazioni, mentre la libertà di movimento dei capitali induce i gruppi esteri più forti a fare incursioni nel know how di ciascun paese, acquistando questa o quella azienda, salvo spostarne le produzioni nei paesi dove il lavoro è a più basso costo.
L’occupazione europea scivola, quella giovanile cade, il potere di acquisto della forza lavoro diminuisce e con esso da domanda e le entrate degli stati. Per cui sale il debito pubblico e una politica di rigore segue all’altra, rendendo sempre più esigui i margini per la crescita. Il crollo del 2008-2009 di tutta Europa ha visto un modesto rialzo nel 2010 e in questa fine di 2011 la produzione rallenta di nuovo ovunque, compreso il paese più forte, la Germania.
Da parte loro, i capitali si spostano sempre di più dall’investimento in produzione a quello sui titoli finanziari, dove i profitti sono maggiori. La pressione delle banche, diventate tutte banche d’affari, e l’invenzione di una molteplicità di derivati – che si inanellano su se stessi fino a non avere a alcuna base su cui poggiare, con la formazione e lo scoppio di una “bolla” dopo l’altra – ha portato la finanza a raggiungere una dimensione molte volte superiore all’intero Pil mondiale. Gli allarmi e i propositi dei G20 non hanno fermato in nessun modo la finanza, neanche nei limiti minimi della abolizione dei paradisi fiscali.
L’esplicitazione del conflitto sociale aveva fatto dell’Europa alla fine degli anni Settanta la regione del mondo meno squilibrata fra ricchi e poveri, il prodotto lordo ripartendosi per quasi tre quarti al lavoro e per un quarto a profitti e rendite. Nel 2000 la quota dei salari era scesa di dieci punti percentuali, al 65%, e da allora non si è ripresa. La crescita del reddito si è concentrata sempre più nelle mani del 10% più ricco e, tra i ricchi, nell’1% dei ricchissimi. Le classi medie si sono impoverite e sono aumentate le aree di povertà assoluta. Cui fanno sempre meno fronte le politiche dello stato, costretto a ridurre il sostegno ai non abbienti e ogni forma di welfare, e imporre una maggiore tassazione dei redditi bassi e medi, nella propensione di classe a non colpire i grandi redditi, travestita da speranza che essi si risolvano a reinvestirli nella produzione.
Questa spirale e l’ostinazione a non colpire né le rendite né le transazioni finanziarie ha condotto la Ue all’attuale caduta della crescita e all’indebitamento crescente degli stati. Se a questo si aggiunge il flusso di migranti, prodotti dalla speranza di trovar in Europa il lavoro che manca in altri continenti, segnatamente in Africa, si intende come i paesi più esposti al loro passaggio, come l’Italia e la Spagna, pratichino misure di impedimento al loro accesso e di espulsione, non di rado su base etnica (i rom) che contrastano con tutti i principi di diritti, umani e politici, di cui la Ue suole vantarsi. Da parte sua, la manodopera europea, colpita aspramente dai suoi governi, non vede con solidarietà i disgraziati che sbarcano sulle sue coste: la guerra tra poveri è dichiarata.
L'asse franco-tedesco
Se liberismo, deregulation e libertà di movimento dei capitali rendevano difficilissima una politica economica degli stati e la interdicevano anche alla Ue, chi diventa la forza egemone dello sviluppo dell’Unione Europea?
La crisi aperta dalla catastrofe americana dei subprimes del 2008 e la crisi greca di oggi lo hanno evidenziato brutalmente. La sfera della decisione politica avendo consegnato da un lato alle priorità monetarie dall’altro al gioco dei mercati la maggior parte dei poteri che deteneva sull’economia, non è stata più in grado né di accompagnare né di correggere sviluppo o declino dei suoi paesi membri. L’accrescersi del debito greco, per gli squilibri crescenti dell’economia e una fiscalità ridicola, mentre l’Europa lasciava le sue banche specularvi a man salva, ha spinto quel paese all’insolvenza. Ma quando questa verità esplode, chi si trova davanti la Grecia? Non il Consiglio europeo né la Commissione, e tanto meno il Parlamento europeo. Si è trovata davanti l’asse franco-tedesco, le cui banche erano le sue più grosse creditrici.
Quale delle istanze europee ha incaricato Francia e Germania di affrontare la crisi greca? Nessuna. Alle spalle di Francia e Germania sono stati una Bce, il cui governatore era sulla via d’uscita per essere sostituito da Mario Draghi, e il Fondo Monetario Internazionale, diretto, dopo le sfrenatezze sessuali di Dominique Strass Kahn, dalla ex ministra francese delle finanze Christine Lagarde. Chi dunque della Ue dava autorità al presidente Sarkozy e alla cancelliera Merkel di decidere sul fallimento di un paese, sulla sua eventuale uscita dall’euro, sulle condizioni per evitare l’una e l’altra catastrofe (neanche prese in considerazione dai tentativi ripetuti di poderosi trattati)?
Il potere delle grandi economie, che avevano prestato alla povera Grecia. Un potere sancito dalle agenzie di rating. Esse hanno stabilito che la Germania, con i suoi surplus, è il solo paese a tre A che può accedere al credito al tasso del 2,5%; la Francia ha le tre A in bilico e deve pagare un tasso del 3%, l’Italia ha solo due A intere e deve pagare circa il 7% mentre la Grecia, sprovvista di buoni voti, deve pagare un tasso dal 24% al 30%, i creditori essendo così poco certi delle sue possibilità di rimborso da praticare interessi che costituiscono già parziale rimborso di capitale. Sono dunque la Germania e la Francia a porsi di fronte alla Grecia, debitrice soprattutto alle loro banche, e sono loro a predisporne il piano di salvataggio: tagli ai salari, tagli alle pensioni, vendita di tutti i beni pubblici possibili, imposte leonine e ventennali controlli. In cambio, il dimezzamento del valore dei titoli greci detenuti dalle banche private.
Quando il premier greco Papandreou, che ne aveva preso atto, ha dichiarato l’intenzione di sottoporre il piano a un referendum popolare, dato l’impegno enorme che esso costituiva per ogni cittadino greco, è venuto giù il mondo. Era un tradimento dell’Europa. Quando mai il popolo greco avrebbe votato il suo strangolamento? Già i cittadini del continente bocciavano di regola gli accordi europei loro sottoposti, e i governi preferivano farli passare dalle più docili maggioranze parlamentari. In breve, Papandreou e il parlamento hanno ritirato la proposta, il governo è caduto, una coalizione di unità nazionale porterà la Grecia a rapide elezioni. Questa è la fotografia esatta della democrazia in Europa. Il prossimo paese che si troverà nella medesima situazione sarà l’Italia.
Quale Europa, quale Italia
A quale Europa si troverà di fronte? La stessa. Se i mercati – cortese astrazione per non dare nome ad assai concrete proprietà – hanno avuto ragione degli stati, va da sé che hanno liquidato il peso degli schieramenti politici. Quale Italia si troverà davanti a questa Europa?
Le residue sinistre radicali sono state escluse dalla rappresentanza grazie a una legge elettorale trappola e ai loro limiti – primo di tutti non aver esaminato i cambiamenti del capitale e del lavoro, cioè le dimensioni della finanza e la frantumazione del lavoro dipendente. Gli eredi democratici dell’ex partito comunista, confusi e pentiti di essere stati tali, sono balzati a piedi uniti sulla linea liberista cui i governi di centrosinistra li avevano consegnati, senza neppur arrestarsi sul fronte keynesiano. I socialisti in Italia non esistono più. Il centro – ammesso che abbia una presenza simbolica – non è che una destra presentabile. La malattia più grave è che il paese s’è affidato, per ben tre volte dal 1994, dunque con cognizione di causa, a quel crescente margine di confusa illegalità e corruzione che è stato il berlusconismo ed è parso a metà degli italiani quasi una disinvolta furberia, giustificata dal fiasco delle sinistre. Silvio Berlusconi e i suoi partiti sono stati questa nuova veste della dominazione democristiana, cui solo la sinistra della medesima s’è rifiutata. E le inclinazioni anticostituzionali del berlusconismo hanno trovato utilmente un alleato nel populismo della Lega, che è antieuropeo perché bassamente “sovranista”. Un fascismo inquieto e in via di qualche conversione non ha avuto la tempra di reggere alla coalizione di Berlusconi.
La pulizia che, sperabilmente, verrà fatta con la partenza di Berlusconi darà spazio a una destra liberista dura, che si intenderà con quella franco-tedesca per una terapia d’urto all’enorme debito pubblico italiano, il più ingente d’Europa. Ci attendono lacrime e sangue, e ce li meritiamo.
A moderarla può essere una riflessione dei primi padri dell’Europa, che stanno esprimendo alcune preoccupazioni per una deriva che trascinerebbe, dopo i paesi della periferia, anche il centro – la ricetta greca non potendosi estendere senza indurre una recessione dalla quale nessuno potrebbe salvarsi. La urgenza di mettere un limite all’espansione e alla dominazione della finanza, attraverso una tassazione consistente delle transazioni, la possibilità della Bce di acquistare sui mercati secondari parte dei debiti pubblici riducendo subito le razzie dei mercati, una riforma fiscale di tutti i paesi del continente e l’emissione di bond per rilanciare una crescita oggi soffocata – nella linea delle nostre proposte – allenterebbe i vincoli che la sfera politica si è imposta e ne permetterebbe un inizio di riarticolazione antiliberista. Le scadenze elettorali imminenti in Francia e i Gemania, il – per ora assai confuso – rimescolamento delle carte in Italia, aprono alcuni spiragli a una modifica che non si limiti a orazioni di duro risanamento dei bilanci, con una risorgenza delle mortificate sinistre.
Dico risorgenza perché oggi come oggi, la sola risorsa politica e morale, cui farebbe bene a collegarsi subito quel che resta di sano nel sistema rappresentativo, sono i movimenti che si estendono su scala mondiale, sfiorando persino il santuario americano di Wall Street, e per l’Italia promotori dei referendum per l’acqua e i beni comuni, ecologisti, contrari al nucleare, per le piccole opere – fra le quali il risanamento idrogeologico del paese – e, sperabilmente, per la cultura. Nel welfare preso a fucilate, scuola e sanità, la protesta non è mai cessata e ha la sua massa critica. Queste aperture delle coscienze e della voglia di battersi dovranno anche fare un salto, moralmente doveroso, verso una solidarietà con i paesi che sono state nostre colonie e che abbiamo lasciato, o forse indotto, alla disperazione della fame, delle malattie e delle guerre tribali.
Il fatto che anche in paesi economicamente meno disastrati siamo oggi a “crescita negativa” – come si usa dire – implica ripensare che significa “crescita”, da dove possono venire occupazione, redditi, tecnologie. La perdita di lavoro e la precarietà sono malattie della società; non solo diminuiscono le entrate pubbliche, elidendo i margini del welfare – educazione, salute, previdenza – ma scompongono ogni tensione di libertà e eguaglianza e solidarietà, i soli valori sicuri che il nostro continente ha prodotto per le sue genti.
La politica vive in questi soggetti e questi temi di fondo. Le proposte che il nostro dibattito sulla “rotta d’Europa” ha sviluppato sono una prima rivolta contro le tendenze, che possiamo senza esagerazione definire criminali, del capitale finanziario, della accumulazione sempre più ineguale, di un rigore verso i poveri che con la austerità non ha niente a che vedere.
È un primo ed elementare cambiamento della rotta attuale europea. Si può osservare che è un programma così ragionevole da ridare il senso perduto alla parola “riformista”. Ma è una svolta in direzione di una convivenza umana meno feroce, cui ci siamo troppo facilmente rassegnati.
martedì 29 novembre 2011
Ciao Lucio
Lucio Magri se ne e' andato nel migliore dei modi: in silenzio, senza cerimonie retoriche, senza lasciare obblighi per gli amici e familiari, senza disturbare e soprattutto, dando uno schiaffo all'ipocrisia bigotta e una lezione di vita (NON DI MORTE) ai biechi e sadici sostenitori della morte lunga, dolorosa, sfibrante per chi parte e per chi resta. Personalmente lo ricordo come una persona mite, composta, intransigente ma molto , molto comprensibile e chiara. Le sue idee andavano sempre un po' piu' in la' dai contenuti dell'ultimo intervento in scaletta, ti faceva vedere un'orizzonte sconosciuto con un punto di vista divergente e sempre molto, molto colto. Lo incontrai a Carrara, a Pisa e a Firenze, in occasione di qualche riunione unitaria tra PDUP e DP (Democrazia Proletaria) , quasi sempre insieme alla sua bella compagna Luciana. Ne ho un bel ricordo, ciao Lucio e grazie.
lunedì 21 novembre 2011
La Spagna di Zapatero è finita; servirà la lezione alla sinistra italiana?
No; non servirà. I commenti dei media di sinistra si limitano ad una presa d'atto distaccata o , tuttal'più, ad analisi superficiali limitate ai seguenti argomenti:
1) incapacità del governo di Zapatero nel gestire la crisi spagnola nel quadro della più generale crisi europea e mondiale
2) non aver saputo proporre misure efficaci per contrastare la disoccupazione crescente e rilanciare la crescita
3) le riforme sui diritti civili hanno allontanato il voto del ceto medio
Sono le stesse ragioni che in sostanza adduce la destra liberal. E allora che differenza c'è? Nell'articolazione dei provvedimenti, si dice. E allora vediamoli. Le iniziative in campo economico che un eventuale governo di centrosinistra in Italia si troverebbe ad intraprendere non sarebbero molto differenti da quelle intraprese da Zapatero; tagli alle pensioni, blocco dei salari, niente patrimoniale (seria), niente ICI sui patrimoni ecclesiastici, nessun investimento nella green economy, pochi ritocchi di facciata alle spese della casta, federalismo edulcorato, etc. etc. tutto nel segno e nel solco delle compatibilità bancarie, delle indicazioni vessatorie (verso i poveri e il ceto medio) della BCE e del FMI. Questo si dovrebbe aspettare il popolo italiano in caso di vittoria di questo centrosinistra, così come si presenta oggi sulla scena politica. Nessun ripensamento dalla lezione spagnola, nessuna risposta alle seguenti domande; come mai in Spagna è cresciuta l'area di astensione? come mai il popolo degli indigandos non è andato al voto? come mai chi votava socialista prima ha votato a destra oggi? forse per qualche ragione misteriosa? la risposta è molto semplice: perchè il voto a sinistra era sostenuto dalla speranza di una politica di SINISTRA ; sentendosi traditi, frustrati, impoveriti, costretti a crescenti rinunce, senza una prospettiva nel lungo o medio periodo, gli spagnoli (poveri, disoccupati, giovani e ceto medio ) si rivolgono alla destra (con una faccia pulita) che almeno, sperano, farà quel che promette oppure non vanno a votare. Tutta la sinistra europea è in questo cul de sac; non può stare all'opposizione perchè da lì non conta nulla ma non può stare neppure al governo perchè lo riperde regolarmente, non essendo capace, o meglio non vuole, proporre una via alternativa.
1) incapacità del governo di Zapatero nel gestire la crisi spagnola nel quadro della più generale crisi europea e mondiale
2) non aver saputo proporre misure efficaci per contrastare la disoccupazione crescente e rilanciare la crescita
3) le riforme sui diritti civili hanno allontanato il voto del ceto medio
Sono le stesse ragioni che in sostanza adduce la destra liberal. E allora che differenza c'è? Nell'articolazione dei provvedimenti, si dice. E allora vediamoli. Le iniziative in campo economico che un eventuale governo di centrosinistra in Italia si troverebbe ad intraprendere non sarebbero molto differenti da quelle intraprese da Zapatero; tagli alle pensioni, blocco dei salari, niente patrimoniale (seria), niente ICI sui patrimoni ecclesiastici, nessun investimento nella green economy, pochi ritocchi di facciata alle spese della casta, federalismo edulcorato, etc. etc. tutto nel segno e nel solco delle compatibilità bancarie, delle indicazioni vessatorie (verso i poveri e il ceto medio) della BCE e del FMI. Questo si dovrebbe aspettare il popolo italiano in caso di vittoria di questo centrosinistra, così come si presenta oggi sulla scena politica. Nessun ripensamento dalla lezione spagnola, nessuna risposta alle seguenti domande; come mai in Spagna è cresciuta l'area di astensione? come mai il popolo degli indigandos non è andato al voto? come mai chi votava socialista prima ha votato a destra oggi? forse per qualche ragione misteriosa? la risposta è molto semplice: perchè il voto a sinistra era sostenuto dalla speranza di una politica di SINISTRA ; sentendosi traditi, frustrati, impoveriti, costretti a crescenti rinunce, senza una prospettiva nel lungo o medio periodo, gli spagnoli (poveri, disoccupati, giovani e ceto medio ) si rivolgono alla destra (con una faccia pulita) che almeno, sperano, farà quel che promette oppure non vanno a votare. Tutta la sinistra europea è in questo cul de sac; non può stare all'opposizione perchè da lì non conta nulla ma non può stare neppure al governo perchè lo riperde regolarmente, non essendo capace, o meglio non vuole, proporre una via alternativa.
venerdì 18 novembre 2011
Rapporto dal sito
Decine di migliaia di persone hanno sfilato Giovedi, 17 novembre al grido che il nostro sistema politico servire a tutti noi - non solo i ricchi e potenti. Il NYPD stimato folla stasera a 32.500 persone, al culmine della giornata di azione. Migliaia di più mobilitati in almeno 30 città degli Stati Uniti. Le dimostrazioni si sono svolte anche nelle città di tutto il mondo.
"Il nostro sistema politico dovrebbe servire a tutti noi. - In questo momento Wall Street è proprietaria di Washington", ha detto Beka Economopoulos partecipante. "Noi siamo il 99% e siamo qui per rivendicare la nostra democrazia".
Dopo l'azione di Bloomberg, lo slogan "Non si può sfrattare un'idea il cui tempo è venuto" è diventato il nuovo nome del movimento del 99% durante la notte. La mobilitazione di oggi ha dimostrato che il movimento è in salita ed è in grado di navigare ostacoli.
martedì 15 novembre 2011
Sgombero!
Oggi la polizia di New York ha sgomberato con la forza gli occupanti di Zuccotti Park; centinaia di arresti, pestaggi, le tende distrutte. Il sindaco di NY ha dichiarato testualmente; "la città non poteva sopportare ulteriormente la presenza degli occupanti a due passi dal centro mondiale della finanza...".
Nessun'altra frase avrebbe potutto spiegare meglio il significato di questo movimento; non esistono più mediazioni, il confronto è diretto, faccia a faccia, Davide vs Golia. D'ora in poi in America, in Europa , in tutto l'occidente , la partita si giocherà sul registro dello scontro diretto tra due entità fra loro distantissime e che la crisi mondiale ha fatto avvicinare come mai prima d'ora. In mezzo il NULLA. La politica, compresa la sinistra, è occupata altrove, alla ricerca di qualche "messia salvatore" che trovi una strada , una qualsiasi, che ci porti fuori dall'incubo. Ma , come nella migliore tradizione del paradosso sistemico, la soluzione E' IL PROBLEMA...plus ca change, plus c'est la meme chose.
COLLEGATEVI AL SITO DI OCCUPYWALLSTREET http://occupywallst.org/
Mentre perseguiamo l'irragiungibile, rendiamo impossibile l'attuabile (Robert Ardrey)
Nessun'altra frase avrebbe potutto spiegare meglio il significato di questo movimento; non esistono più mediazioni, il confronto è diretto, faccia a faccia, Davide vs Golia. D'ora in poi in America, in Europa , in tutto l'occidente , la partita si giocherà sul registro dello scontro diretto tra due entità fra loro distantissime e che la crisi mondiale ha fatto avvicinare come mai prima d'ora. In mezzo il NULLA. La politica, compresa la sinistra, è occupata altrove, alla ricerca di qualche "messia salvatore" che trovi una strada , una qualsiasi, che ci porti fuori dall'incubo. Ma , come nella migliore tradizione del paradosso sistemico, la soluzione E' IL PROBLEMA...plus ca change, plus c'est la meme chose.
COLLEGATEVI AL SITO DI OCCUPYWALLSTREET http://occupywallst.org/
Mentre perseguiamo l'irragiungibile, rendiamo impossibile l'attuabile (Robert Ardrey)
Che bello!
Questo manifesto indice una giornata di solidarietà tra OccupyOakland e il movimento di liberazione egiziano; un filo rosso unisce il mondo.
mercoledì 9 novembre 2011
La fine del caimano
Moretti , il regista, ha avuto veramente un'intuizione fantastica nel descrivere la fine del caimano come una sequenza di violenza crescente che lascia dietro di sè solo macerie, rovina e un senso angosciante di "morte". Non a caso la morte e la corruzione viaggiano molto spesso a braccetto. Ciò che si corrompe con il danaro e il potere diventa "malato" e , prima o poi, muore, ma putroppo non sparisce , permane sotto forma di simulacro inerte, cenere corrotta , rovina fumante. Permanenza, mimetismo, inganno. Perciò è preoccupante la situazione; perchè ciò che rimane dopo il caimano, non è affatto scontato che sia qualcosa di "pulito", anzi , il caimanesimo si ripresenta sotto forma di simulacro, icona "pulita" di un sistema profondamente corrotto; un governo tecnico che faccia il lavoro sporco con una faccia pulita. E' ciò che ci sta preparando la commedia del potere.
venerdì 4 novembre 2011
Ci dicono che siamo sognatori
SLAVOJ ZIZEK, il filosofo sloveno, il 9 ottobre ha parlato agli occupanti di Liberty Plaza, a New York. Quella che segue è una trascrizione parziale del suo discorso (dato che il sistema dei “microfoni umani” rende difficile sentire tutte le parole). Il testo è stato pubblicato dal sito www.occupywallst.org Quella che segue è una traduzione abbastanza,spero, fedele.
… Ci dicono che siamo sognatori. I veri sognatori sono coloro che pensano che le cose possono andare avanti all’infinito così come sono. Noi non siamo sognatori. Noi ci siamo svegliati da un sogno che si è trasformato in un incubo. Noi non vogliamo distruggere nulla. Noi siamo solo testimoni di come il sistema sta distruggendo se stesso. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati. Il carrello arriva sull’orlo di un precipizio. Ma continua a camminare. Ignorando il fatto che non c’è nulla, sotto. Solo quando si guarda in basso e ci si rende conto, allora si cade giù. Questo è quello che stiamo facendo qui. I ragazzi qui a Wall Street stanno dicendo a chiunque: “Ehi, guarda giù!”. (Applausi).
Nel mese di aprile del 2011, il governo cinese vietato in tv, nei cinema e nei romanzi di tutte le storie che contengano una realtà alternativa o viaggi nel tempo. Questo è un buon segno per la Cina. Significa che la gente sa ancora sognare alternative, perciò bisogna vietare questo sogno. Qui non si pensa a un tale divieto. Poiché il sistema dominante ha soppresso la nostra capacità di sognare. Guardate i film che vediamo per tutto il tempo. E’ facile immaginare la fine del mondo. Un asteroide distrugge ogni forma di vita e cose così. Ma non potete immaginare la fine del capitalismo. Allora, cosa ci facciamo, qui? Lasciate che vi racconti una barzelletta meravigliosa dei vecchi tempi del comunismo.
Un ragazzo è stato inviato dalla Germania dell’Est a lavorare in Siberia. Lui sapeva che la sua posta sarebbe stato letta dalla censura. Così ha detto ai suoi amici: dobbiamo concordare un codice. Se la lettera che vi mando è scritta in inchiostro blu, quello che scrivo è vero. Se è scritta in inchiostro rosso, è falso. Dopo un mese ai suoi amici attiva la prima lettera. Tutta scritta in blu. Dice, la lettera: tutto è meraviglioso, qui. I negozi sono pieni di buon cibo. I cinema proiettano bei film occidentali. Gli appartamenti sono grandi e lussuosi. L’unica cosa che non si può comprare è l’inchiostro rosso.
Questo è il modo in cui viviamo. Abbiamo tutte le libertà che vogliamo. Ma ciò che ci manca è l’inchiostro rosso. La lingua per articolare la nostra non-libertà. Il modo in cui ci insegnano a parlare di guerra, di libertà e di terrorismo, e così via, falsifica la libertà. E questo è quello che state facendo qui: state dando a tutti noi dell’inchiostro rosso.
C’è un pericolo. Non innamoratevi di voi stessi. Passiamo dei bei giorni, qui. Ma ricordate: il carnevale è a buon mercato. Ciò che conta è il giorno dopo. Quando dovremo tornare alla vita normale. Will there be any changes then. Ci saranno dei cambiamenti, a quel punto. Non voglio che vi ricordiate di questi giorni, sapete, come – oh, eravamo giovani, era bellissimo. Ricordate che il nostro messaggio di base è: siamo autorizzati a pensare a delle alternative. Il sistema si è rotto. Non viviamo nel mondo migliore possibile. Ma c’è molta strada da percorrere. Ci sono domande davvero difficili che dobbiamo affrontare. Sappiamo quello che non vogliamo. Ma cosa vogliamo? Quale organizzazione sociale è in grado di sostituire il capitalismo? Che tipo di nuovi leader vogliamo?
Ricordate: il problema non è la corruzione o l’avidità. Il problema è il sistema che ti spinge a rinunciare. Attenzione: non solo i nemici. Ma anche i falsi amici che sono già al lavoro per diluire questo processo. Allo stesso modo in cuis i prende il caffè senza caffeina, la birra senza alcol, il gelato senza grassi. Cercheranno di fare di tutto questo una innocua protesta morale. (parole incomprensibili)… Ma il motivo per cui siamo qui è che ne abbiamo abbastanza di un mondo dove riciclare lattine di coca cola… Dove l’uno per cento va ai bambini affamati del mondo. E questo è sufficiente per farci stare bene. (…)
Possiamo vedere che per molto tempo abbiamo permesso che anche il nostro impegno politico fosse esternalizzato. Lo rivogliamo indietro. Noi non siamo comunisti. Se “comunismo” vuol dire il sistema che è crollato nel 1990, ricordate che oggi i comunisti sono i capitalisti più efficienti e spietati. In Cina oggi abbiamo un capitalismo ancora più dinamico del vostro capitalismo americano, e che non ha bisogno della democrazia. Il che significa che quando voi criticate il capitalismo, non lasciatevi ricattare da chi dice che così si è contro la democrazia. Il matrimonio tra democrazia e capitalismo è finito.
Il cambiamento è possibile. Allora, cosa consideriamo oggi possibile? Basta seguire i media. Da un lato la tecnologia e la sessualità, e tutto sembra essere possibile. Si può viaggiare sulla luna. Si può diventare immortali grazie alla biogenetica. Ma guardate ai campi della società e dell’economia. Quasi tutto è considerato impossibile. Si vogliono aumentare un pochino le tasse a i ricchi, e ti dicono che è impossibile, perdiamo competitività. Volete più soldi per l’assistenza sanitaria: ti dicono che è impossibile, perché significa creare uno uno stato totalitario. C’è qualcosa che non va, in un mondo in cui vi è stato promesso che sarete immortali, ma dove non si può spendere un po’ di più per l’assistenza sanitaria. (parole incomprensibili)… impostare le nostre priorità direttamente qui. Non vogliamo più elevati standard di vita. Noi vogliamo un migliore tenore di vita. L’unico senso in cui qui ci sono comunisti è che ci preoccupiamo per i beni comuni. Il bene comune della natura. I beni comuni che vengono privatizzati dalla proprietà intellettuale. I beni comuni della biogenetica. Per questo e solo per questo dovremmo combattere.
Il comunismo ha fallito assolutamente. Ma i problemi dei beni comuni sono qui. Ci dicono che non siamo americani qui. Ma ai fondamentalisti conservatori che sostengono che essi sì, sono veramente americani, deve essere ricordato qualcosa. Che cos’è il cristianesimo? E’ lo Spirito Santo. Cos’è lo Spirito Santo? E’ una comunità egualitaria di credenti legati da amore reciproco. E che hanno solo la propria libertà e la responsabilità di esercitarla. In questo senso lo Spirito Santo è qui ora. E giù a Wall Street ci sono i pagani che adorano idoli blasfemi. Quindi tutto quello che serve è la pazienza. L’unica cosa che mi fa paura è che star qui un giorno solo e andare a casa: poi ci si riunisce una volta all’anno, beviamo birra e nostalgia ricordando ciò che bei giorni abbiamo avuto qui. Promettiamo a noi stessi che non andrà così.
Sappiamo che spesso le persone desiderano qualcosa, ma in realtà non lo vogliono. Non abbiate paura di volere davvero ciò che desiderate. Vi ringrazio molto
… Ci dicono che siamo sognatori. I veri sognatori sono coloro che pensano che le cose possono andare avanti all’infinito così come sono. Noi non siamo sognatori. Noi ci siamo svegliati da un sogno che si è trasformato in un incubo. Noi non vogliamo distruggere nulla. Noi siamo solo testimoni di come il sistema sta distruggendo se stesso. Tutti conosciamo le classiche scene dei cartoni animati. Il carrello arriva sull’orlo di un precipizio. Ma continua a camminare. Ignorando il fatto che non c’è nulla, sotto. Solo quando si guarda in basso e ci si rende conto, allora si cade giù. Questo è quello che stiamo facendo qui. I ragazzi qui a Wall Street stanno dicendo a chiunque: “Ehi, guarda giù!”. (Applausi).
Nel mese di aprile del 2011, il governo cinese vietato in tv, nei cinema e nei romanzi di tutte le storie che contengano una realtà alternativa o viaggi nel tempo. Questo è un buon segno per la Cina. Significa che la gente sa ancora sognare alternative, perciò bisogna vietare questo sogno. Qui non si pensa a un tale divieto. Poiché il sistema dominante ha soppresso la nostra capacità di sognare. Guardate i film che vediamo per tutto il tempo. E’ facile immaginare la fine del mondo. Un asteroide distrugge ogni forma di vita e cose così. Ma non potete immaginare la fine del capitalismo. Allora, cosa ci facciamo, qui? Lasciate che vi racconti una barzelletta meravigliosa dei vecchi tempi del comunismo.
Un ragazzo è stato inviato dalla Germania dell’Est a lavorare in Siberia. Lui sapeva che la sua posta sarebbe stato letta dalla censura. Così ha detto ai suoi amici: dobbiamo concordare un codice. Se la lettera che vi mando è scritta in inchiostro blu, quello che scrivo è vero. Se è scritta in inchiostro rosso, è falso. Dopo un mese ai suoi amici attiva la prima lettera. Tutta scritta in blu. Dice, la lettera: tutto è meraviglioso, qui. I negozi sono pieni di buon cibo. I cinema proiettano bei film occidentali. Gli appartamenti sono grandi e lussuosi. L’unica cosa che non si può comprare è l’inchiostro rosso.
Questo è il modo in cui viviamo. Abbiamo tutte le libertà che vogliamo. Ma ciò che ci manca è l’inchiostro rosso. La lingua per articolare la nostra non-libertà. Il modo in cui ci insegnano a parlare di guerra, di libertà e di terrorismo, e così via, falsifica la libertà. E questo è quello che state facendo qui: state dando a tutti noi dell’inchiostro rosso.
C’è un pericolo. Non innamoratevi di voi stessi. Passiamo dei bei giorni, qui. Ma ricordate: il carnevale è a buon mercato. Ciò che conta è il giorno dopo. Quando dovremo tornare alla vita normale. Will there be any changes then. Ci saranno dei cambiamenti, a quel punto. Non voglio che vi ricordiate di questi giorni, sapete, come – oh, eravamo giovani, era bellissimo. Ricordate che il nostro messaggio di base è: siamo autorizzati a pensare a delle alternative. Il sistema si è rotto. Non viviamo nel mondo migliore possibile. Ma c’è molta strada da percorrere. Ci sono domande davvero difficili che dobbiamo affrontare. Sappiamo quello che non vogliamo. Ma cosa vogliamo? Quale organizzazione sociale è in grado di sostituire il capitalismo? Che tipo di nuovi leader vogliamo?
Ricordate: il problema non è la corruzione o l’avidità. Il problema è il sistema che ti spinge a rinunciare. Attenzione: non solo i nemici. Ma anche i falsi amici che sono già al lavoro per diluire questo processo. Allo stesso modo in cuis i prende il caffè senza caffeina, la birra senza alcol, il gelato senza grassi. Cercheranno di fare di tutto questo una innocua protesta morale. (parole incomprensibili)… Ma il motivo per cui siamo qui è che ne abbiamo abbastanza di un mondo dove riciclare lattine di coca cola… Dove l’uno per cento va ai bambini affamati del mondo. E questo è sufficiente per farci stare bene. (…)
Possiamo vedere che per molto tempo abbiamo permesso che anche il nostro impegno politico fosse esternalizzato. Lo rivogliamo indietro. Noi non siamo comunisti. Se “comunismo” vuol dire il sistema che è crollato nel 1990, ricordate che oggi i comunisti sono i capitalisti più efficienti e spietati. In Cina oggi abbiamo un capitalismo ancora più dinamico del vostro capitalismo americano, e che non ha bisogno della democrazia. Il che significa che quando voi criticate il capitalismo, non lasciatevi ricattare da chi dice che così si è contro la democrazia. Il matrimonio tra democrazia e capitalismo è finito.
Il cambiamento è possibile. Allora, cosa consideriamo oggi possibile? Basta seguire i media. Da un lato la tecnologia e la sessualità, e tutto sembra essere possibile. Si può viaggiare sulla luna. Si può diventare immortali grazie alla biogenetica. Ma guardate ai campi della società e dell’economia. Quasi tutto è considerato impossibile. Si vogliono aumentare un pochino le tasse a i ricchi, e ti dicono che è impossibile, perdiamo competitività. Volete più soldi per l’assistenza sanitaria: ti dicono che è impossibile, perché significa creare uno uno stato totalitario. C’è qualcosa che non va, in un mondo in cui vi è stato promesso che sarete immortali, ma dove non si può spendere un po’ di più per l’assistenza sanitaria. (parole incomprensibili)… impostare le nostre priorità direttamente qui. Non vogliamo più elevati standard di vita. Noi vogliamo un migliore tenore di vita. L’unico senso in cui qui ci sono comunisti è che ci preoccupiamo per i beni comuni. Il bene comune della natura. I beni comuni che vengono privatizzati dalla proprietà intellettuale. I beni comuni della biogenetica. Per questo e solo per questo dovremmo combattere.
Il comunismo ha fallito assolutamente. Ma i problemi dei beni comuni sono qui. Ci dicono che non siamo americani qui. Ma ai fondamentalisti conservatori che sostengono che essi sì, sono veramente americani, deve essere ricordato qualcosa. Che cos’è il cristianesimo? E’ lo Spirito Santo. Cos’è lo Spirito Santo? E’ una comunità egualitaria di credenti legati da amore reciproco. E che hanno solo la propria libertà e la responsabilità di esercitarla. In questo senso lo Spirito Santo è qui ora. E giù a Wall Street ci sono i pagani che adorano idoli blasfemi. Quindi tutto quello che serve è la pazienza. L’unica cosa che mi fa paura è che star qui un giorno solo e andare a casa: poi ci si riunisce una volta all’anno, beviamo birra e nostalgia ricordando ciò che bei giorni abbiamo avuto qui. Promettiamo a noi stessi che non andrà così.
Sappiamo che spesso le persone desiderano qualcosa, ma in realtà non lo vogliono. Non abbiate paura di volere davvero ciò che desiderate. Vi ringrazio molto
La protesta di Oakland
Qualcosa di nuovo sta nascendo; proprio dagli Stati Uniti (ex nuovo mondo) sale l'onda di una protesta dalle forme indedite e dagli svilippi imprevedibili. A Oakland è in corso da alcuni giorni una mobilitazione che sta allargandosi e tocca strati di popolazione sempre più ampi; i media americani e ora anche la stampa internazionale, osservano attentamente il fenomeno Oakland Occupy; non sono solo "indignados" , è un fiume in piena che trascina con se lavoratori pubblici e privati, sindacati, lavoratori della conoscenza, studenti, insegnanti, casalinghe, cittadini di tutte le età, e pare non fermarsi. Cosa chiedono? Semplice; siamo il 99% della popolazione (we are the 99) , fermiamo l'1% che si arricchisce sulle nostre spalle (shut down the 1%). In questo semplice slogan , traducibilissimo in ogni lingua del mondo, sta l'essenza della protesta; giustizia, equità, solidarietà. Non si sbaglia, è un linguaggio semplice diretto, che va al cuore del problema; senza mediazioni nè semantiche nè fattuali e perciò stesso colpisce, contagia, attecchisce e si propaga. E al tempo stesso chiama a raccolta tutti; tu da che parte stai, in quale delle due parti ti collochi? Sta accedendo qualcosa di inedito; gli slogan e le parole d'ordine del movimento, attraverso il nuovo linguaggio della protesta, sta per confrontarsi alla pari e direttamente senza mediazioni con quello del mercato, della finanza, dei padroni del mondo; la "politica" del mondovecchio è in disparte , sta perdendo terreno , soprattutto perchè è sempre più afasica, senza parole, soprattutto perchè figlia di un linguaggio che sta per finire nel dimenticatoi della storia. Collegatevi ! http://www.occupyoakland.org/
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